I tecnici campioni d’Italia, parte prima

allenatoriAlex Geddo, il nostro allenatore campione d’Italia ha ripercorso la splendida giornata di sabato con alcune riflessioni ed impressioni.

L’obiettivo era stato dichiarato a settembre: vincere lo scudetto. Non la solita frase di circostanza, non “ce la metteremo tutta”, non “magari quest’anno potrebbe essere il nostro anno”  etc. Ha guardato negli occhi i dirigenti della nostra società e ha pronunciato quelle fatidiche parole, anche se un po’ a bassa voce ad essere onesti: quest’anno vinciamo lo scudetto.  La squadra aveva tutte le potenzialità per arrivarci, bisognava trovare la chiave di volta per fare quel piccolo, ma sostanziale passo in più.

“Il viaggio verso Mantova è stato pieno di tensione, io l’ho riempito con le riunioni con gli avanti prima ed i tre quarti poi. Siamo arrivati molto presto, due ore prima, ma il protocollo imposto per la finale ha fatto correre il tempo. Ero emozionato, concentrato, ma davvero molto emozionato. Prima di entrare in campo ho detto loro che avrei voluto impararmi a memoria il monologo di Al Pacino dal film Ogni maledetta domenica, ma non ci sono riuscito, perciò si sono dovute accontentare delle mie parole riferite al gruppo, ma allo stesso tempo ad ognuna di loro, potevamo farcela.”

Cosa hai pensato quando siete andati in svantaggio?

“Ho pensato che avremmo dovuto accelerare, che il nostro piano di gioco non stava funzionando perfettamente, dovevamo accelerare e la partita sarebbe girata e così è stato. I primi minuti del match sono stati davvero duri, ma le ragazze hanno tenuto benissimo e sul finale siamo stati decisamente superiori. Sul 22 a 12 lo sapevo che la partita era praticamente chiusa, ma io volevo che continuassero a giocare, volevo vederci segnare ancora. Quando l’arbitro ha decretato la fine ero emozionatissimo ed ho provato una gioia grandissima per queste ragazze che in quest’anno hanno fatto tanti sacrifici e hanno dato veramente molto per questo obiettivo. Ero un po’ frastornato. Stando fuori non riesci a scaricare tutta la tensione, ci metti un po’ di più. Solo il giorno dopo ho davvero preso di coscienza di quello che avevamo fatto, ho iniziato a sorridere e non ho più smesso…”

“Cosa ha fatto la differenza quest’anno rispetto agli altri anni in cui le ragazze non avevamo mai superato le semifinali?

“Le ragazze hanno sempre avuto tutto quello che serviva per vincere, forse io ho avuto un approccio più professionale, ho preparato ogni partita con meticolosità, abbiamo fatto tanta video analisi, anche la domenica sera dopo ogni partita disputata e questo le ha aiutate ad affrontare meglio le avversarie e ad avere più fiducia. E poi ha fatto molto la diversa preparazione atletica”

Non siamo abituati a vedere il nostro allenatore in balia delle sue emozioni, ma chi c’era sabato, non ha potuto fare a meno di vedere il suo sguardo commosso e la sua voglia di raccogliere tutti gli abbracci per condividere quel momento, uno scudetto fa accadere cose che non ti aspetti.

Ho conosciuto il nostro preparatore atletico Matteo Artina a settembre e mi ha travolto di parole. Mi ha raccontato le sue molte esperienze lavorative, nonostante la sua giovane età, e mi ha colpito la sua professionalità fin da subito. Sorridente sempre, disponibile e simpatico. Mi sono detta, bello che sia venuto al Rugby Monza.

Gli ho chiesto un commento alla partita di sabato e mi è arrivata una valanga di parole, purtroppo ho dovuto tagliare qua e là, e mi scuso con Matteo perché in realtà ogni parola avrebbe meritato di essere sul nostro sito.

“Sono salito da Rimini dove ero per lavoro. Il viaggio è stato molto silenzioso, agitato. Non un’agitazione negativa, anzi…Vivevo quel senso di agitazione che si prova prima delle grandi occasioni, quando ci sono molte aspettative ma si è perfettamente coscienti di essere all’altezza del compito. La cosa migliore è viverle senza freni, con tutti i sentimenti che abbiamo dentro. Questa è vita, è guadagnarsi qualcosa col sudore e godersela senza freni.”

Cosa ha fatto la differenza tra noi e loro ?

La testa. Non voglio togliere nulla né alla preparazione fisica (di cui sono ovviamente il responsabile primo), nè a quella tecnica, ma credo che la svolta più grande sia stata ottenuta proprio nell’approccio mentale alla partita e durante la partita. L’unico modo con il quale potevamo permettere alle ragazze di esprimere tutte le loro capacità tecniche e atletiche era portarle ad una condizione mentale dove prima di tutto ci fosse la fiducia in sé stesse. Abbiamo usato le parole, la video-analisi, la gestione della comunicazione parlando sia al gruppo che alle singole atlete, con degli allenamenti specifici rispetto agli obiettivi e trasmettendo la fiducia che avevamo in loro. Possiamo avere tutte le migliori capacità e potenzialità ma dobbiamo accettare che la loro espressione passa attraverso la mente e dobbiamo allenarla come qualunque parte del corpo, forse anche di più.”

Cosa hai pensato quando siete andati in svantaggio?

Due sentimenti ben distinti. Il primo è stata un po’ di preoccupazione, causata dal fatto che erano almeno quattro mesi che le ragazze non provavano la sensazioni di essere in “svantaggio”. Ecco il motivo della mia paura, le ragazze sono state così forti durante il campionato che certe cose non era stato possibile allenarle, come riprendersi dopo un meta o quando si va in svantaggio. La paura comunque ha fatto subito spazio alla rabbia. Mi rendeva furioso pensare che si stessero allontanando dal loro successo, quello che si meritavano, che era abbondantemente alla portata e che doveva venire, in un modo o nell’altro. Credo di aver preso a calci qualunque cosa mi capitasse tra i piedi.”

Quale pensi sia stato il tuo contributo maggiore alla squadra?

“Dire che il mio contributo si sia concentrato sugli aspetti fisici sarebbe scontato, quindi voglio andare oltre. Mi piace pensare di aver lasciato qualcosa di più a queste ragazze. Di aver permesso loro di provare qualcosa di nuovo, un metodo di lavoro differente dai “soliti”, un modo di prepararsi allo sport del rugby con un approccio più razionale. Mi riferisco al fatto che prima di pensare al rugby bisogna convincersi che si tratta sempre di uno sport, e come tale ci sono delle necessità alle quali non si può sfuggire, come correre, saltare, rotolarsi, e molte altre caratteristiche fisiche indispensabili. Inoltre, credo che il primo obiettivo di un preparatore sia mettere gli allenatori nella condizione di avere il più alto numero di scelte possibili, e questo lo si può fare solo riducendo al minimo gli infortuni con un adeguato lavoro di prevenzione.”

Voglio riconoscere a queste ragazze la capacità che hanno dimostrato di saper avere la cosiddetta “fiducia”. Non è facile cambiare radicalmente il tipo di lavoro fisico proposto. Non credo si aspettassero tutti quegli strani lavori a terra, rotolarsi, poi saltare, poi ancora rotolarsi ma in relazione ad un fischio o un battito di mani. Non credo si aspettassero tutti quei giochi di coordinazione da asilo nido, forse materna, così bizzarri da provocare ilarità, come è giusto che sia, senza però mai perdere l’attenzione sul compito e la voglia di impegnarsi, non è mai mancata la serietà. Credo quindi che sia stato questo il modo col quale hanno dimostrato a sé stesse che di essersi guadagnate ogni singolo scatto vincente, placcaggio avanzante, twist o squeeze-ball che ha permesso di costruire tutte le mete dell’anno. E’ stata una soddisfazione incredibile vedere atlete con esperienze pluriennali anche a livelli internazionali scardinare volontariamente, alcuni dogmi imprescindibili ai quali erano affezionate sulla base della semplice (ma mai banale) fiducia. Semplicemente impagabile.”

Grazie Matteo.