Rugby: i piloni hanno l’anima grossa

537485_4600322179466_226080428_n

…una mattina si convinse di pesare almeno mezza tonnellata.
Era uno di quelli che quando incontrava qualcuno di cui aveva dimenticato il nome ma sopra tutto l’esistenza, si sentiva dire:
“…ti trovo ingrassato…” nel migliore dei casi,
“…cristo ma sei un orrendo sacco di lardo…!
Più frequentemente.

Non gliene importava nulla, in mischia il suo grasso era la parte migliore di un uomo restio al rispetto per il prossimo.
Specialmente se indossava una casacca di colore diverso.

Era stato chiaro, anni prima, quel medico con quei ricci di anni ormai scomparsi che, sottolineando il proprio pensiero con ritmico e soffuso boccheggiare, sentenziò, senza mai incrociare il suo sguardo, “…sociopatico… “
“…con sindrome ossessivo compulsiva da abuso…”
“…non mi sorprende che lei mangi come un maiale…”
“Mangerò come un maiale, ma le corrispondo settimanalmente una lauta parcella professore…”, rispose.
“Infatti lei è un maiale bellissimo!”
“…se mi avesse lasciato finire la frase…”

Per fortuna l’eco di una antica campana mi destò dall’orribile sogno mentre il sole splendeva rasoterra come spesso accade nelle valli di montagna.
Non era presto, non era tardi…non era niente perché io non avevo niente a cui pensare, dovevo solo ascoltare e tutto rievocò con la potenza di una folgore.

Non sarebbero mai più esistiti quei primi pomeriggi addolciti da un gelato che ancora oggi porta lo stesso nome ma che propone un gusto che solo al tempo della prima gioventù sapeva di libertà e immortalità.
Si sarebbero ancora una volta affacciate alla vita le mattine fragranti di umido tarassaco nello scintillio verde di un erba grassa e soffice tanto robusta da non sembrare mai crescere né morire?
Avrei mai potuto essere ancora una volta felice?
Forse no…ma sarei riuscito sicuramente a ricordare come doveva essere stato.

Tutto merito di quella campana.

“…tesoro, non preoccuparti, tu non sei grasso…sei robusto.
Adesso però, mangia tutto per benino e, dolce amore, non ti azzardare a lasciarne neanche una briciolina…facciamo contenta a zia tua…? Lo facciamo?

Molte volte sono entrato dal davanti, con la mia borsetta composta, le Tepa blu, la tutina in viscosa con i due binari bianchi a latere e quella canotta inspiegabilmente ruvida ma gialla come il sole dove, poderoso e gigante sulla schiena di un bimbo, il numero 11, nero come un corvo, spiccava perfettamente anche nelle foto più sfuocate.

La mia prima maglia da gioco…gialla e nera.

Poi picchiai un compagno di squadra e la mia carriera nel gioco del cesto finì.
Entrai dal davanti ed uscii da dietro.

…forse sarebbe meglio far provare al ragazzo uno sport non di squadra, magari le cose migliorano…

All’esclusivo Tennis Club entrai dal davanti.

I completi Sergio Tacchini bianchi e blu erano un segno distintivo.
La Bancroft Pro un sogno realizzatosi troppo presto, ancor prima del risveglio, e la lezione privata con un maestro di grido, credo più per il mento sfuggente che per la tecnica della veronica, sembravano adattarsi a quel ragazzino inquieto.

Non solo inquieto…bizzarro.
Prego quella è la porta…no, no…quella sul retro e tanti saluti.
Entrai da davanti ed uscii da dietro.

…proviamo con un corso collettivo, forse il ragazzo si responsabilizza, forse troviamo uno che riesce a mettergli un qualsiasi tipo di briglia…al limite un anello nel naso…

Una pallina nell’occhio di un maestro colpevolmente troppo basso per ricordare un atleta, o almeno il simulacro di un uomo, fu il viatico.
…io sotto al pallone con tutti quegli stronzi non ci voglio stare…
Entrai da davanti ed uscii da dietro.

…ascolta, fai un po’ quel cazzo che vuoi ma levati dai coglioni…
Sì papà.

Poi entrai da dietro e le cose parvero funzionare.

Portai ettolitri di acqua, miscelai cisterne di bevande energetiche, raccolsi bende e mi pagai a caro prezzo i viaggi sul torpedone della prima squadra subendo le goliardie, più concretamente i soprusi, della vecchia guardia.
Resistetti.

Fui anche un meraviglioso rinoceronte di gommapiuma sbeffeggiato dallo stesso pubblico che di lì a poco avrebbe goduto del mio successo che purtroppo dovetti dividere per cinquanta perché facevo ancora parte di una compagine.
…io in campo con tutti quegli stronzi non ci voglio stare…
Resistetti.

Vinsi un campionato nazionale, arrivai secondo l’anno successivo, sfiorai la maglia azzurra di categoria, ma alla fine fui defenestrato.
I giocatori di calcio americano sono poco inclini alla filosofia.
Entrai da dietro e uscii dal fondo.

…dopo l’ennesimo disorientamento sulla matematica, alla lavagna, tornai al posto accompagnato dalle lamentele della professoressa che nel finale dello sproloquio, cadde in una tragica ingenuità.

Chiedendo conto della costante assenza dei miei genitori alla riunioni scolastiche, ipotizzava un loro probabile disinteresse affettivo nei miei confronti.

Un’onda di raccolto silenzio percorse l’aula dalla cattedra fino al fondo imbrigliando anche la luce stessa che penetrava dalle immense finestre e tramutandola in un riverbero di fresca, ma opaca, eclissi.

Dal mezzo della classe, una voce femminile, non sarebbe potuto essere altrimenti, pigolò: “ma professoressa, lui non ha più la mamma, vive dalla nonna e il padre lavora sempre”.
L’immediata variazione della tonalità dell’incarnato dell’insegnante, virata da un già spento pallore rosaceo, ad un grigio cenere, l’occhio vetrificato in una lacrima congelata, un po’ per la mia buffa tragica situazione, ma maggiormente per la gaffe che aveva concluso il suo ultimo intervento, risolsero la questione.

Il mio laconico sguardo alla finestra con il mento serrato in un pugno di dolore e il successivo sfogliare gli appunti, come a voler ripassare la lezione, ribaltarono per sempre la situazione.
Ormai bastavano le promesse per un miglior impegno e un accenno del mio sguardo, per convincere la docente a considerare la sufficienza come il voto giusto per la mia costante presenza in aula con fare apparentemente interessato alla materia.

Non dico che arrivammo agli occhiali con gli occhi dipinti, ma ci andammo molto vicini…

E la campana rintocca.

…questa volta è la ricreazione…
…meno male…
…io in aula con tutti quegli stronzi non ci voglio stare…

Un vecchio adagio recitava indicativamente così: “…qui vige l’uguaglianza, non conta un cazzo nessuno…!”

Esiste un luogo dove invece vige una stramba forma di democrazia illuminata, dove esiste l’uguaglianza perché contano tutti allo stesso modo, perché si può essere quello che si è e perché si può fare tutto quello che si vuole.

Quindi non si fa tutto quello che si vuole.

In quel luogo esiste una porta laterale dove si può entrare e dalla quale si può uscire, dove non serve andare di comune accordo, dove non è necessario pensarla allo stesso modo e dove si potrebbe non condividere nulla di colui che ci affianca e dove si potrebbe anche pensare di essere in mezzo a degli stronzi ma nel quale poter fare l’ultimo passaggio al proprio peggior nemico e vederlo volare oltre la linea è un piacere incommensurabile e un onore.

Quel luogo odora di terreno calpestato non meno di un campo di battaglia…stride sulle carni quando ci si piomba in pieno inverno su di un ghiaccio infame come un tappeto di cocci di vetro…ma si è in quel luogo solo e unicamente se lo si desidera con fermezza e coraggio.

Si entra in quel luogo dalla porta laterale per fare una cosa che edulcora tutto il resto relegandolo a delle necessità a cui si potrà pensare dopo…dopo il terzo tempo.

Quel luogo elimina le nostre pene, ci rende tutti uguali, compagni di compagine e avversari.

Quel luogo si chiama rugby e vi si svolge un gioco dove è necessaria una poesia che ci permette di avanzare gettando qualcosa dietro di noi…certi che ci sarà qualcuno pronto ad aiutarci a caro prezzo.

Quel luogo è l’unico in cui io riesca a stare.

Grazie ragazzi.

…e la campana rintocca…

 

Nicola “Zeppelin” Lupieri